|
Molte
vittime del terremoto aquilano non sono aquilani. Alcuni
sono pugliesi. Un quotidiano pugliese mi ha chiesto un
commento. Ho pensato innanzitutto agli studenti scomparsi.
L'articolo è stato pubblicato con il titolo
L’avvenire capovolto di tanti
ragazzi in tutte e
tre le edizioni del Nuovo Quotidiano di Puglia
(Taranto, Brindisi, Lecce), 8 aprile 2009. Questo stesso
articolo è stato ri-pubblicato sul Messaggero, nell'
edizione dell'Abruzzo, il 14 aprile 2009, con il titolo
«Difendiamo la nostra
università, baluardo di cultura e economia».
Le tragedie sono momenti di
dolore, ma sono anche momenti di verifica. Nel dolore
riveliamo una parte vitale di noi stessi: la nostra capacità
di prevedere e di affrontare il male.
Tutta la nostra cultura, dalla Bibbia ad Omero, comincia con
il tentativo di capire e di dominare la natura. Nel disastro
si rivela la nostra cultura del disastro: per alcuni sarà
importante un corno rosso; per altri saranno importanti le
lacrime dei sopravvissuti e il bisogno di melodramma; per
altri ancora si ascolteranno gli esperti e si cercherà di
trarre una lezione da quanto è accaduto.
Sono stato incollato davanti al televisore tutto il giorno
nel bisogno disperato di sapere se amici e conoscenti
fossero in buona salute. Ho ascoltato veramente tante
trasmissioni e in tutte le reti. Non ho sentito alcuno che
abbia fatto riferimento all’università dell’Aquila.
Il punto
è veramente sconcertante. Sulla stampa internazionale si
rimane colpiti dalla citazione dell’università aquilana. Ad
esempio, il quotidiano inglese Evening Standard, già alle
dieci circa di lunedì pubblicava sul suo sito internet un
articolo dove nel titolo si faceva riferimento agli
studenti, e nel contenuto si citavano le migliaia di
studenti aquilani “provenienti da tutte le parti del mondo”.
Già: a L’Aquila ci sono studenti provenienti da tutti il
mondo. E ci sono tantissimi studenti provenienti da tutta
Italia! Nel corso di laurea che io presiedo (e che conta
circa duemila iscritti), la maggioranza degli studenti
proviene da fuori L’Aquila: da Milano, Torino, Trieste. Non
raccolgo soltanto studenti provenienti da Sud a Nord, com’è
costume in Italia; raccolgo studenti provenienti da Nord a
Sud, perché convinti evidentemente della presenza a L’Aquila
di un polo di eccellenza universitaria. Il problema ha una
rilevanza quantitativa: l’università di L’Aquila conta circa
27.000 studenti!
Se contiamo anche i professori, il
personale amministrativo, le ditte esterne interessate alla
fornitura di servizi, gli aquilani che affittano le case
agli studenti, i consumi degli studenti tra cinema,
pizzerie, librerie, eccetera, è evidentissimo l’impatto
dell’università sulla vita cittadina.
Ho ascoltato innumerevoli interviste al sindaco dell’Aquila,
al presidente della Provincia, al senatore Marini, ma né da
loro, né da altri ho ascoltato cenni in merito
all’università dell’Aquila. La trasmissione dell’aquilano
Bruno Vespa è stata cospicua e autorevole come al solito, ma
non ha fatto parola sull’università aquilana. Nè lo hanno
fatto altri illustri commentatori: da Gian Antonio Stella a
Giovanni Valentini. Niente.
Nel passato hanno parlato di
tutto e sono stati micidiali nel commento di questo e
quello, ma oggi non hanno trovato una parola per
l’università di L’Aquila. Né una parola buona, né una
cattiva. Niente. L’Aquila ha, tutto compreso, circa 70.000
abitanti; l’università conta almeno 30.000 persone
personalmente e direttamente interessate. Eppure, niente.
Certo, gli studenti morti sotto le macerie si sono
guadagnati un’attenzione. Per loro non ci sarà più lo
splendore dell’erba, come avrebbe detto William Wordsworth;
per loro sono state spente tutte le stelle, come avrebbe
detto Wystan Hugh Auden. Tra questi studenti temo ce ne
siano alcuni dei miei. Spero di no.
Spero proprio di no, ma,
se ci fossero, mi sentirei mille volte colpevole di fronte a
loro. Colpevole per aver coltivato la speranza di una
cultura e di un’attenzione; colpevole per essere stato parte
di un avvenire capovolto; colpevole per aver staccato il
primo biglietto di un maledetto viaggio senza ritorno.
Colpevole innanzitutto e soprattutto per averli attirati
nella trappola di un imbuto infernale, dove la disattenzione
è stata corale e totale, per certi versi spietata e per
altri versi astiosa, fino alla fine. Sì, sono colpevole, ma
quanto più colpevoli di me, sono tanti altri? A cominciare
da un’informazione che sembra a volte uno specchio scuro,
prima ancora che deformato?
Nell’assordante silenzio sull’università dell’Aquila,
vengono invero urlate tante verità indicibili: da
concorsopoli alla meritofobia, certo, incluse le classifiche
internazionali. In queste classifiche c’è un impasto di
verità e menzogna, perché alcune parti dell’università
italiana non sono caratterizzate da concorsopoli e
meritofobia.
In queste classifiche non c’è
soltanto tutta l’arretratezza dell’università italiana: c’è
tutta l’arretratezza del sistema Italia, a cominciare dal
sistema dell’informazione. Nel silenzio e nel buio tutte le
vacche sono nere e non si riesce più a distinguere. Le
tragedie vanno e vengono; inutilmente. Le vittime meritano
rispetto, non soltanto le lacrime del melodramma o il
repertorio del mestiere: il rispetto per le vittime vuole
attenzione vera, capacità di distinguere, riconoscimento
delle responsabilità di ognuno. Che cosa ricostruiremo, se
non sappiamo che cosa è stato distrutto?
Francesco Sidoti
(*presidente del Corso di laurea
in Scienze dell’investigazione, Università de L’Aquila)
|